Gli uomini della Guardia di Finanza hanno dato esecuzione a due decreti su richiesta della Procura distrettuale antimafia. Sono stati aggrediti patrimoni illecitamente accumulati da un pregiudicato mafioso barcellonese e da un’ex consigliere comunale di Giardini Naxos
Sequestro per un valore di un milione di euro circa, emessi dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Messina, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di due soggetti socialmente pericolosi.
Si tratta di D. O. 50 anni, pregiudicato barcellonese, e S. P. S. di 65 anni, ritenuto dalle forze dell’ordine abitualmente dedito allo svolgimento di attività illecite, con condanne per reati di usura e per concorso in concussione aggravata dal metodo mafioso.
L’operazione costituisce l’esito di pregresse attività investigative di tipo economico-patrimoniale poste in essere dagli specialisti del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Messina, con specifico riferimento all’aggressione dei patrimoni illecitamente accumulati nella provincia messinese, nei settori delle infiltrazioni mafiose nel tessuto dell’economia legale e dell’usura.
L’attività svolta dalle Fiamme Gialle è consistita nella meticolosa ricostruzione del profilo soggettivo criminale dei due target investigati, nonché nella puntuale individuazione del patrimonio, mobiliare e immobiliare, ai medesimi riconducibile, direttamente o indirettamente, nel tempo accumulato in assenza di lecite fonti di reddito. Sotto chiave sono finiti un patrimonio costituito da due unità immobiliari nella zona residenziale dell’area balneare di Barcellona Pozzo di Gotto, un fabbricato a Giardini Naxos, nonché nei saldi dei conti correnti bancari ai medesimi intestati. Il 50enne barcellonese, emergeva nella nota operazione “Mare nostrum” nel cui contesto, grazie anche al contributo offerto dai numerosi collaboratori di giustizia, veniva ritenuto elemento di spicco del sodalizio mafioso più noto come “clan dei barcellonesi”.
Sul punto, gli accertamenti svolti dai militari del Gico hanno permesso di riqualificare quali illeciti i redditi da lavoro “apparentemente leciti” dallo stesso dichiarati, poiché rispondenti alla necessità di redistribuzione dei profitti derivanti da un’impresa individuale (intestata a prestanome) di fatto riconducibile al fratello, classe 64.
Proprio le indagini all’epoca svolte permisero di ritenere tale attività imprenditoriale come inquinata in radice: una classica impresa mafiosa che si è avvalsa “della forza di intimidazione derivante dall’appartenenza mafiosa del suo effettivo titolare”, in grado di “sbaragliare la concorrenza, inserendosi in settori economici particolarmente proficui, quali quello dello smaltimento dei rifiuti”, nonché luogo in cui intervenivano “gli incontri tra i vertici del gruppo, propedeutici all’assunzione di decisioni strategiche per la sopravvivenza dell’associazione”
La riqualificazione dei redditi percepiti così operata consentiva, quindi, di dimostrare una significativa sproporzione tra il tenore di vita mantenuto ed i redditi dichiarati – scrive in una nota la Guardia di Finanza – , attribuendo tale differenza, secondo ipotesi investigativa, proprio ai profitti del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Lo schema criminoso realizzato dai due fratelli costituirebbe, nella letteratura criminale, uno degli stratagemmi più diffusi per schermare i proventi illeciti dell’impresa criminale, fornendo una parvenza di liceità alla relativa fonte di reddito.
Per quanto riguarda l’imprenditore S. P. S, i precedenti giudiziari ne descrivono un elemento aduso a compiere condotte perturbatrici dell’ordine sociale costituzionale e, soprattutto, dell’ordine economico, fortemente minato dagli odiosi reati di natura usuraia dal medesimo concretizzati.
La più recente condanna per concussione aggravata dal metodo mafioso consente di evidenziare una marcata propensione all’accumulazione illecita di ricchezza, lì dove non esitava a farsi consegnare una tangente da un imprenditore edile “per accelerare le procedure burocratiche relative al pagamento degli stati di avanzamento lavori in relazione a delle opere che stava realizzando presso il cimitero di Giardini di Naxos”.
Più in particolare, l’imprenditore edile naxiota risultava essere stato avvicinato dall’ex capogruppo del Pdl e da un presunto esponente della mafia catanese, presentatosi alla vittima quale referente del blasonato clan Laudani di Catania, anche noti come “Mussi di Ficurinnia”, venendo obbligato alla consegna di una tangente di 2.000 euro, per l’ottenimento di quanto di sua spettanza per i lavori svolti.